Degli Imprinting

 Degli Imprinting


“Mamma, ci si può innamorare di una città?”

Così inizia la storia di come mi sono innamorato di una città, in una serata estiva, non ricordo se fosse luglio o agosto, quanti anni avessi esattamente, forse otto forse dieci non so, ma so per certo che li ho avuto un momento importante, uno scontro, perché si, credo che affinché si muova qualcosa di grande ci debba essere uno scontro anche se generalmente questo termine viene associato ad un qualcosa di negativo io credo che non lo sia, soprattutto in questo caso.

Ho ragionato molto, in totale onestà inizialmente con non poca difficoltà, su un luogo e un’immagine che rappresentasse un momento, un’esperienza che mi avesse toccato profondamente e che avesse lasciato in me un’impronta indelebile, perché è dell’impronta che vorrei parlare, del mio Imprinting.

Nel ragionare ho ripercorso molti momenti, luoghi visitati e vissuti, storie passate e non, ne ho trovati molti ma in me c’era sempre un richiamo alla mia infanzia, ascoltando, si potrebbe dire quasi una voce dentro di me. Mi soffermo su questo momento, forse spinto dalla definizione di ciò che stavo cercando o semplicemente sapevo già quale fosse quell’impronta.

Nella sua definizione classica l’imprinting è definito come una forma di apprendimento precoce immediatamente dopo la nascita dove si viene condizionati dal primo essere che si vede e nei confronti del quale si sviluppa un particolare attaccamento.

Tornando a noi, nella mia infanzia di certo un ruolo importante è stato ricoperto dalla terra di origine della mia famiglia, la Siria, nei confronti della quale ho sempre provato e provo tutt’ora un attaccamento viscerale, che è la chiave di volta di tutto questo racconto.

Finalmente arriviamo al punto in cui vi racconto del mio imprinting.

Mi trovavo nei sedili posteriori di una Mercedes nera del 90, il caso vuole che questa auto di per se sia un altro imprinting essendo per me l’auto per eccellenza di mio padre. Ma questa è un’altra storia…

In quel momento mi trovavo su una via del centro di Damasco, accanto a me avevo mia madre alla quale ingenuamente, come solo un bambino può fare, dissi “Mi sono innamorato di Damasco. Posso dire che mi sono innamorato di una città? Ci si può innamorare di una città?” ricordo bene l’espressione di mia madre, mi guardava come una mamma guarda il proprio figlio ragionare, domandarsi e in un certo senso pensare all’amore, e mi rispose “Si, certo che si può dire ”,ricordo molto bene come continuò il discorso ma l’importante adesso è altro, continuando a parlare guardavo con occhi diversi ciò che mi circondava, quel paesaggio che mi aveva impressionato e che ha fatto scaturire in me un ragionamento che ancora ad oggi è parte di della mia persona e sento in continua crescita. La capitale siriana è impressa in me, indelebilmente. Per conformazione si lega molto al Monte Qasyoun sulla quale in parte si struttura, ed è come se, proprio lì  dal monte, avesse luogo la sua nascita.

 Fotografia di Damasco, Siria

Questo ragionamento trova riscontro in una foto evocativa dove la città, che sembra essere un fiume in piena verso valle, fluisce e prende forma.

  

Fotografia di un quartiere di Damasco                                               Schizzo su appunti 


Tutto questo mi ha riportato subito alla mente una delle opere di Maria Lai, nello specifico quella chiamata “Legarsi alla montagna, il nastro di Ulassai” dove un nastro di stoffa celeste come l’acqua di 27km venne legato alle porte, case, finestre e terrazze dagli abitanti, l’opera racconta metaforicamente la legenda popolare di una bambina che, mandata a portare del pane a dei pastori con il gregge rifugiati in una grotta a causa di una tempesta in arrivo si salva dalla frana della stessa seguendo un nastro celeste portato dal vento. Non fu il nastro stesso a salvarla, ma la sua capacità da bambina di stupirsi e di guardare le cose con occhi della bellezza.



    "Legarsi alla montagna, il nastro di Ulassai" di Maria Lai       Fotografia della passerella sul monte Qasyoun, Damasco, Siria.

 La domanda sorge spontanea, come si collega tutto questo? L’autrice usa la legenda come metafora dove il nastro rappresenta l’arte in un momento in cui il mondo è minacciato dalle frane.

 Ed è solo attraverso gli occhi dei bambini, che guardano ciò che li circonda con stupore e innocenza, che si può salvare il mondo dalla cecità dell’ignoranza, ciò non vuol dire che solamente quando si è bambini si ha questa capacità ma non bisogna dimenticare l’importanza di questo approccio.

Nell’osservare ciò che scorreva fuori dal finestrino, ricordo di non aver potuto far a meno di notare il calore e la vita di questa città, caratterizzata da luci, forme e spazi molto diversi fra di loro, persone altrettanto differenti ma apparentemente in perfetta coesione, potrei continuare a descrivere il mio imprinting ma preferisco concludere dicendo che questo è una parte del cuore pulsante dei miei ragionamenti progettuale e non solo.

Commenti